Saturday, November 8, 2014


Fumettista coreano diventato mangaka


boichi
Boichi vive in Giappone, ma è nato in Corea del Sud. Il che significa almeno due cose: innanzitutto che il suo stile è quello tipico di tanti coreani influenzati dal fumetto giapponese, figli della crescente globalizzazione “interna” all’Asia; ma anche che il suo trasferimento da un paese all’altro è stato, al contempo, una piccola rivoluzione personale e creativa, che lo ha portato a trasformarsi da autore di shojo di successo a fumettista di ben altri generi e tipologie, dall’ero-manga al seinen.
Il nickname di Mujik Park – il suo nome di battesimo – iniziò a circolare in Corea del Sud negli anni Novanta, come autore prima di manhwa shojo, poi di manuali didattici sul fumetto. Nel 2004 fa il suo debutto nel mercato del fumetto giapponese, e nel 2006 arriva la serie Sun Ken Rock, un successo ancora oggi in corso, pubblicato in Italia da J-Pop, così come il recente Wallman.
Personalità eclettica del manga contemporaneo, già vincitore con Hotel del premio Gran Guinigi 2011 nella categoria Miglior Storia Breve, quest’anno Boichi era tra i principali ospiti stranieri presenti a Lucca Comics & Games. Fumettologica lo ha intervistato durante la manifestazione lucchese, per discutere del suo lavoro, e delle tante differenze tra il fumetto coreano e quello giapponese.


Fotografia di Martina Cerrato
Lei ha debuttato nel ’93 come artista di shojo manwha, un genere ben diverso da quello su cui lavora attualmente. 
Mi ritengo ancora un apprendista del fumetto, e proprio per questo sto continuando ad esplorare nuovi generi. Anche quello di cui mi occupo adesso, in realtà, non è definitivo. Lo considero un punto di passaggio, non di arrivo.
Cosa ritiene di avere imparato, dallo shojo?
L’introspezione. In Yumin: Hot & Spicy, che da voi è stato pubblicato sempre da J-Pop, ho utilizzato uno stile shojo per trasmettere le emozioni e la psicologia dei personaggi.
Cambia anche il metodo di lavoro, da un genere all’altro?
Sì, cambia moltissimo. Per esempio in Yumin: Hot & Spicey uso spesso la penna per trasmettere le emozioni con un tratto più sottile, e uso anche retini con dei toni molto chiari. Invece, nel ventiduesimo volume di Sun Ken Rock, c’è un’unica pagina disegnata esclusivamente con una bacchetta per mangiare, che ho appuntito io stesso. Non c’erano pennini né pennelli adatti, per il tipo di tratto che avevo in mente. Mi viene anche in mente che, tra i lavori che ho realizzato in Corea, c’era una scena in particolare che ho voluto realizzare usando macchie di colore, applicate con l’uso delle dita e di un foglio di vinile. Però al mio editore non è piaciuto, gli è sembrato troppo aggressivo per uno shojo! [ride] Prima o poi vorrei provare a disegnare un fumetto completamente al computer, ma ancora non ne sono in grado.

A proposito della Corea, qual è la grande differenza tra manga e manwha?
Tutti i fumettisti, di qualsiasi nazionalità, hanno nel cuore lo stesso fine: quello di dedicare la propria vita al fumetto. Questo valeva sia negli anni ’90, quando lavoravo in Corea del Sud, sia adesso che lavoro in Giappone. Una volta ero talmente sfinito che mi hanno ricoverato in ospedale … ma sono scappato, pur di finire le tavole [ride]! Detto questo, le differenze sono tante, e dipendono dal fatto che il pubblico giapponese è drasticamente maggiore rispetto a quello coreano. In Corea del Sud – almeno negli anni ’90, quando ci lavoravo io – anche se un fumettista ottiene il successo, il suo futuro è comunque incerto. È raro che un fumettista coreano continui a lavorare, dopo i 35 anni. Al contrario, se un autore ha successo in Giappone può continuare a disegnare per tutta la vita. Un altro lato positivo dell’industria giapponese è che gli editor sono davvero appassionati di fumetto, ci si dedicano seriamente.
Cambiano anche i lettori, allora?
Anche qui, dipende soprattutto dalla quantità. In Giappone, se il tuo lavoro piace puoi contare su migliaia di fan. In Corea i lettori sono molti meno, quindi il loro gusto è più omogeneo,  e si cerca sempre di accontentarli proponendo i generi che si sa piaceranno. Comunque io amo tutti i lettori, sia quelli giapponesi, che coreani, che italiani.

In Raqiya lei e Yajima-san avete dato una rilettura molto particolare della cultura cristiana. Come italiani ci pare sia stata una lettura interessante, perché permette di vedere una cultura che ci appartiene da un altro punto di vista. Nelle sue storie il tema di un punto di vista esterno ricorre spesso. Il protagonista di Sun Ken Rock è un giapponese che si trasferisce in Corea, quello di Wallman ritorna in Giappone dopo una lunga assenza… 
Sono un coreano che lavora in Giappone, quindi il vedere una cultura dall’esterno è qualcosa che mi appartiene personalmente. Questo sentirmi straniero, questo senso di solitudine, sono cose che mi porto sempre dentro… ma credo che a chiunque, a un certo punto della vita, capiti di sentirsi solo al mondo. Io vorrei confortare i lettori, attraverso ai miei fumetti. Comunque l’intento, con Raquya, non era quello di contestare il cattolicesimo, ma parlare dello gnosticismo. Per farlo abbiamo dovuto contrapporgli un potere molto forte, e il più forte, beh, era quello. Io rispetto nello stesso modo tutte le religioni.
Per concludere, ogni autore mette una parte di se stesso in tutto quello a cui lavora, specialmente uno come lei, che continua a sperimentare su generi molto diversi. Ma c’è un suo fumetto che ritiene particolarmente personale, ora come ora?
Come dici tu, metto una parte diversa di me in ogni opera, ma quella che mi è più affine, per ora, è Sun Ken Rock. Ho messo molto del mio cuore anche in Wallman, perché sono entrambe storie di qualcuno che è diventato solo. Ricordo che quando uscì Hotel arrivò una chiamata in casa editrice da parte di un uomo che l’aveva letto in treno, andando al lavoro, e che alla fine era scoppiato a piangere. Aveva telefonato apposta per farmelo sapere. Abbiamo tutti nel cuore delle ferite, e qualcosa che vogliamo proteggere. È questa la cosa più personale che metto nei miei fumetti.

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